Testimonianze

Dieci alcolisti raccontano come si sono recuperati dalla loro malattia.
Coloro che credono che il loro alcolismo sia senza via d'uscita, possono ritrovare in queste toccanti esperienze un motivo di speranza.



Stefano sobrio da diciotto mesi

Sono arrivato in Alcolisti Anonimi perché stavo male. Ma più del bere era la solitudine a distruggermi. Una solitudine subita, perché quando bevi gli amici spariscono e le persone con cui vivi si stancano di dirti sempre le stesse cose. Se ne vanno e tu resti solo. Solo come un cane.
Non pensavo che l'alcolismo fosse una malattia ed ero convinto di poter smettere di bere in qualsiasi momento. Bastava che lo volessi. D'altra parte lo avevo già fatto senza l'aiuto di nessuno. Avevo passato sei anni lontano dall 'alcol ma, se oggi ci ripenso, mi rendo conto che sono stati sei anni di astinenza, non di sobrietà. Sei anni passati aspettando il momento in cui avrei ripreso il bicchiere in mano.
Ho cominciato ad andare al gruppo pur continuando a bere. Io negavo, ma tutti se ne accorgevano anche se nessuno mi ha mai colpevolizzato. Mi vergognavo molto, perché mi rendevo conto di tradire tutte quelle persone che non mi chiedevano nulla in cambio dell 'amicizia che cercavo. È successo allora che una mattina mi sono guardato allo specchio e mi sono detto: «che vuoi fare?». In quel momento è scattata la molla: ho pensato al gruppo, alle testimonianze, a come sarebbe potuta cambiare la mia vita. E ho messo il tappo alla bottiglia.
Quel giorno è iniziato il mio cammino in AA. Mi sono reso conto che avevo trovato qualcosa di positivo, che potevo uscire dalla mia solitudine e da quella schiavitù. Finalmente ho riconosciuto di essere un alcolista, di essere impotente di fronte al richiamo dell 'alcol. E soprattutto che da solo, senza avere l'umiltà di chiedere aiuto, non ce l'avrei mai fatta a uscirne fuori. Riconoscere e accettare questa mia impotenza sono stati il primo vero esame di coscienza. Mi sono detto: «o accetto il giudizio degli altri per aver buttato via tempo, situazioni, affetti, oppure è inutile pensare di riuscire». Ero io e non gli altri a dover cambiare. Se non cominciavo io per primo nessuno mi avrebbe potuto dare qualcosa. In che modo? Innanzitutto riconoscendo chi sono: accettando il fatto di essere un alcolista.
All 'inizio il mio rapporto con AA non è stato sereno. Io non solo non mi sentivo un alcolista, ma contestavo anche il fatto che l 'alcolismo fosse una malattia. E poi mi dava fastidio quel buonismo che si respirava durante le riunioni: le caramelle, le pacche sulle spalle, i sorrisi. «Ma che c'è da festeggiare?» mi chiedevo. «Piuttosto c'è da piangere: in fondo siamo tutti dei disperati e per giunta alcolizzati».
Poi ho capito. La strada della sobrietà passa anche per queste cose. Anche per quelle caramelle, perché nella vita c'è tanto dolore, ma si può trovare anche qualcosa di dolce.



Pierluigi sobrio da un anno

Era giugno. Faceva caldo, troppo caldo per bere, anche se di solito appena uscivo dal posto dove lavoravo andavo in un bar lì vicino e mi scolavo una birra. Non mi sentivo bene: il battito cardiaco era accelerato e la testa mi girava. In farmacia mi sono fatto misurare la pressione. Era parecchio alta. Avevo paura. Pensavo di avere un infarto. Così sono andato al pronto soccorso dove mi ha visitato una dottoressa coi capelli biondi – me la ricordo ancora – che mi ha guardato in faccia e mi ha detto: «Non è questione di pressione alta. Questa è una classica crisi d'astinenza. Ma tu di che sostanze fai uso?». Sarà stato il suo modo di fare o il mio bisogno di sfogarmi, comunque iniziai a parlare del mio problema con l 'alcol. Era la prima volta.
Tornai casa e presi appuntamento, come mi aveva suggerito il medico, con il centro alcologico del policlinico. Cercai anche su internet informazioni sul gruppo di Alcolisti Anonimi più vicino a casa mia. La mattina dopo però, proprio mentre mi preparavo per uscire, ebbi un crollo. Non riuscivo più a controllare il mio corpo. Mi buttai sul divano e rimasi lì, disteso, per una settimana. Passavo il tempo sentendo musica. Mi alzavo solo per andare a comprare le sigarette e la bottiglia di brandy.
Mi ricordo poco di quei giorni a parte di una notte passata a parlare con mia sorella, quella grande. E poi di quando sono finalmente andato al centro alcologico. Ero sveglio dalle quattro e mi ero attaccato alla bottiglia. Alle sette ero già per strada, in moto. Non so neppure io come sia riuscito ad arrivare all 'appuntamento. Dopo le analisi e la visita, il medico mi ha chiesto se volevo veramente smettere di bere. Gli ho risposto che a casa avevo ancora una mezza bottiglia di brandy e che non potevo assicurare che non l'avrei bevuto. Mi ha risposto: «Lo devi salutare? non ti è ancora bastato?». Non so cosa sia successo in me in quel momento, ma, quando sono tornato a casa, ho preso la bottiglia e l'ho svuotata nel lavandino.Era un anno fa.
Oggi, mentre festeggio con gli amici del gruppo il primo compleanno della mia sobrietà, mi rendo conto che quello è stato il mio vero primo passo nel cammino di AA. Quando il medico mi ha messo di fronte a me stesso: o la mia vita o l'alcol. E quando ho svuotato la bottiglia è stato allora che ho riconosciuto paradossalmente la mia impotenza.
Con l'alcol ho buttato trent'anni della mia vita. Non li potrò recuperare, ma devo anche poter pensare che c'è un modo per mettermi alla pari. I dodici passi e le dodici tradizioni di AA sono la metodologia che mi permette di non correre dietro al tempo perduto, ma di vivere le mie ventiquattr'ore senza ansia. Di guardare con serenità il mondo davanti a me, anche quando sembra una trappola.
Mi hanno salvato la vita questi due foglietti. Ci sono scritti i dodici passi, le dodici tradizioni e la preghiera della serenità. Li porto sempre con me perché mi permettono di concentrarmi sulle mie ventiquattr'ore. Un giorno dopo l 'altro. È stata una svolta poter restringere la realtà a quel lasso di tempo. In questo modo riesco a gestire la mia emotività, la mia ansia, la mia rabbia. Se oggi va male, se sono incazzato perché un colloquio di lavoro è andato male, posso dire: «È oggi. Non sarà per sempre».



Alessandra sobria da undici anni

È stato un medico a propormi di frequentare Alcolisti Anonimi. Le avevo provate tutte: farmaci, psicologi, cliniche... per un po' smettevo, ma poi ricominciavo. Come prima. Peggio di prima. Mi chiudevo in casa e iniziavo a bere. Avevo sempre una scusa per rifiutare gli inviti a cena di qualche amica o collega e restavo lì, facendo finta di sentire mia figlia che mi raccontava la sua giornata all 'università. Sono rimasta in quel baratro per sette anni.
Al mattino non ho mai bevuto. Dovevo essere lucida sul lavoro, o almeno dimostrare di esserlo. Ero una donna in carriera. Mi sentivo come un dio in terra, ma per tirare avanti avevo bisogno della stampella dell 'alcol.
Il metodo di Alcolisti Anonimi mi ha portata a guardarmi dentro, a togliermi quella maschera da superdonna e a riconoscere che potevo chiedere aiuto. Mi ha insegnato ad avere fiducia: in me stessa, negli altri, nel fatto che quel capitolo così triste della mia vita potesse finire. Il terzo dei nostri dodici passi parla proprio di questo: di affidare le nostre volontà e le nostre vite alla cura di dio così come ciascuno di noi può concepirlo. Parla di affidamento. Qualcuno potrebbe pensare che in questo modo passiamo da una dipendenza all 'altra, ma non è assolutamente così.
Quando sono arrivata la prima volta in AA sono rimasta un po' perplessa prendendo tra le mani quel libretto dove si parla dei dodici passi e delle dodici tradizioni. Avevo studiato all 'università passando giornate intere su tomi di economia e scienze finanziarie. E ora mi veniva proposto di reimpostare la mia vita sulla base di quello che era scritto in qualche centinaio di pagine. Eppure tanta era la disperazione che mi sono fidata. Vedevo gli altri sereni e ho pensato che forse era giusto che mi affidassi a qualcuno che ne sapeva più di me. D'altra parte quante volte nella vita lo facciamo: ci si fida delle cure dei genitori, della competenza di un maestro...
Quando però questo affidarci nasce dalla consapevolezza che da soli non è possibile farcela, allora si comincia a tirare calci. E io l 'ho fatto. Soprattutto all 'inizio è stato difficile accettare di fare la volontà di dio, anche perché non riuscivo a capire quale fosse il suo progetto su di me. Perché aveva permesso che soffrissi tanto? Perché aveva voluto che passassi per questa prova?
Adesso che ho undici anni di sobrietà, il mio affidamento al potere superiore non è solo per continuare a liberarmi dall 'ossessione dell 'alcol. Affido alla cura di dio la mia vita. Lo faccio per mettere in pratica ogni giorno quello che dice la nostra preghiera della serenità. Con semplicità, con naturalezza.
Tra poco sarò nonna. Qualche giorno fa mia figlia mi ha detto: «mamma, quando tornerò al lavoro dovrai occuparti tu del nuovo arrivato». Se undici anni fa non avessi affidato la mia vita alla cura di dio, se fossi rimasta con la bottiglia in mano, chi mai avrebbe affidato a me il suo bene più prezioso?



Emilio sobrio da sedici anni

Quante volte avevo bestemmiato perché dio non mi ascoltava. Pensavo di essere un credente e invece cercavo solo lo scontro, qualcuno sul quale scaricare la rabbia della mia impotenza. Facevo lo stesso in famiglia, con i miei figli, con mia moglie. Quanto amore mi hanno dato, quanta pazienza hanno avuto nei miei confronti e quante volte me ne sono approfittato.
Sarà stato per questo che quando al gruppo qualcuno ha cominciato a parlare di dio, a dire di mettere la propria volontà nelle mani di un potere superiore, ho sentito subito puzza di incenso. Ero chiuso, diffidente. E quell 'odore mi faceva sospettare che non fossi nel posto giusto.
Ce ne ho messo di tempo a capire. A cambiare. Perché quando intraprendi il percorso di AA non basta dichiarare la propria resa di fronte all 'alcol per acquisire quell 'umiltà vera che ti fa chiedere aiuto. Nel programma di AA il terzo passo è come un macigno. Per me ha significato sempre chiusa, intraprendere un cammino spirituale verso un vero equilibrio e costruire giorno dopo giorno una vita sana e giusta.
Non si può vivere guardando solo indietro. Bisogna vivere il presente con l'esperienza del passato, credendo che si possa cambiare il proprio stile di vita. Devi guardare oltre il tuo naso. Io ho cominciato a farlo concentrandomi sulle mie ventiquattr'ore, con l'unica ambizione di arrivare alla fine della giornata senza aver preso la bottiglia in mano. Poi mi sono reso conto che potevo fare di più. Anche dei progetti, ma senza avere aspettative. Questo è l 'affidamento a un potere superiore così come ciascuno di noi può concepirlo.
In AA non c'è un solo dio. Ma qualsiasi nome o identità gli venga attribuita per tutti è un dio che dona amore. Dà senza chiedere nulla. E questa è una consolazione immensa. Cosa fa un bambino quando si fa male? Corre dalla mamma. Le chiede aiuto. E io ogni giorno prego dicendo al mio dio: «fai tu, mettimi sulla strada giusta».
Questo affidarsi non vuol dire rinunciare alle proprie responsabilità. Non significa perdere la stima in se stessi. Significa piuttosto rinunciare all 'orgoglio, quello malato. Accettare la vita, senza però che questo significhi accontentarsi. Perché accontentarsi equivale a fermarsi. È come dire: «Ormai il tappo alla bottiglia l'ho messo e sono contento così. Ho raggiunto il mio obiettivo». Invece no. Io non sono soddisfatto, continuo a cercare di accrescere il mio benessere interiore. È come quando si rimette in moto un muscolo che era rimasto fermo per anni.
Con l'alcol ero scappato dalla realtà. Anestetizzavo la sensazione del mio fallimento. Sono stato un irresponsabile. Ho causato tanti danni, soprattutto ai miei figli. Quelle cicatrici rimangono, non si cancellano. Ma oggi posso fare qualcosa e questo fa la differenza.



Daniela sobria da quattro anni

Me lo ricordo come fosse oggi. Ed è forse l 'unica cosa di quel periodo di cui ho mantenuto un'immagine nitida. In tv davano uno sceneggiato, «Silvia è sola» con Marina Malfatti. Lo guardavo seduta sul divano e piangevo. Vedevo la storia di quella donna e vedevo la mia: le stesse paure, le stesse sofferenze, lo stesso bicchiere in mano. Avevo cominciato a bere perché mi faceva stare bene con gli altri. Ma ero arrivata al punto in cui l'alcol si stava riprendendo tutto. E con gli interessi.
Così quella sera ho deciso e il giorno dopo, finita la cena, ho detto a mio marito che uscivo per andare a una riunione di Alcolisti Anonimi. Conoscevo il posto, ma non avevo mai avuto il coraggio di fermarmi. Quando ho bussato è successo quello che non avrei voluto che accadesse. In cima alle scale c'era una persona che mi conosceva. Mi sono sentita sprofondare. Sarei voluta scappare. Poi, all 'improvviso, è andava via la luce elettrica e quanto è tornata mi sono ritrovata in una stanza insieme a tante altre persone premurose e rassicuranti. Mi sono fermata e ho ascoltato le loro storie così simili alla mia. «Quando hai bevuto l'ultima volta?» mi ha chiesto uno. «Questo pomeriggio, alle cinque e mezza». «Allora torna domani, a quell 'ora facciamo riunione e festeggeremo insieme le tue prime ventiquattr'ore di sobrietà». Così feci. Avevo 28 anni. Mi ero sempre sentita una persona inadeguata. Allo stesso tempo però non riuscivo ad ammettere di poter sbagliare. Anche oggi sul lavoro fatico ad accettare il giudizio degli altri e soprattutto a riconoscere di poter avere bisogno. Con l'alcol è stato lo stesso. Dopo sedici anni di sobrietà pensavo ormai di essere guarita. Di poter fare a meno del gruppo e di poter bere senza perdere il controllo. E invece non è stato così. Quell 'atto di superbia l 'ho pagato caro e nel giro di un anno sono tornata ai livelli di prima.
Nonostante tutto il tempo passato in AA non ero ancora pronta. Avevo sempre pensato che il potere superiore, un giorno o l'altro, si sarebbe fatto vivo. Me lo immaginavo con la barba bianca che mi veniva incontro dicendomi «Tranquilla, ci penso io». Ma quando mi viene chiesto di accettare che dio elimini tutti i miei difetti, non significa che devo rinunciare a prendere in mano la mia vita e delegarla. Al contrario, vuol dire finalmente agire senza rispondere in automatico, ma con la piena consapevolezza di ciò che sono e di dove voglio arrivare. Conosco le mie debolezze e i miei limiti, ma ho un obiettivo.
È stata dura rientrare in AA, ammettere il mio fallimento. Mi ricordo che poco dopo aver ripreso a frequentare il gruppo sono andata a Rimini per il nostro incontro nazionale. La tregiorni finiva con la «conta». Ti danno in mano una lampadina che accendi quando vengono chiamati quelli che come te hanno raggiunto un determinato tempo di sobrietà: chi trent'anni, ma anche chi ha smesso solo da un giorno. Quando è toccato a me, quattro mesi di sobrietà, non ce l'ho fatta. Mi sono vergognata e la mia lampadina è rimasta spenta. «Come? Solo quattro mesi? Avrei potuto avere più di vent'anni di sobrietà se solo avessi voluto...». Ancora una volta non avevo messo da parte il mio orgoglio. Non avevo chiesto veramente a dio di liberarmi dei miei difetti.



Nicoletta sobria da undici anni

Non è stato per un atto di volontà che ho smesso di bere. È stato per una necessità. Non ho mai provato disgusto verso l 'alcol, neppure ora. Anzi. Ma so che non posso più avere niente a che fare con quella sostanza.
Le prime sbronze le ho prese che avevo dodici anni: rubavo la bottiglia in cucina e mi nascondevo sotto il tavolo della mia cameretta. Poi ho continuato. Sempre peggio. Mi hanno ritirato la patente. Ho perso il lavoro, la dignità.
È stato durante il ricovero di un mese in un reparto di psichiatria che ho sentito parlare di Alcolisti Anonimi. Lì iniziai a sostituire l 'alcol con i farmaci. Ma non c'è voluto molto a capire che quella non era la strada giusta.
Anche quando sono entrata in AA non è stato automatico smettere di bere. Finalmente avevo trovato un posto dove poter gridare la mia rabbia senza che qualcuno mi cacciasse o mi giudicasse pazza. Ma ci ho messo anni a capire che cos'è la sobrietà. E a praticarla. Non si tratta infatti solo di stare lontano da una sostanza che mi fa male. Significa acquisire uno stile di vita sano, volermi bene, accettare me stessa e gli altri così come sono.
All 'inizio ho dovuto impormi una disciplina, cosa che non era proprio nella mia natura. Ma il passaggio decisivo è stato quando ho capito che la proposta di recupero di AA è prima di tutto un cammino di crescita spirituale. Un programma che riguarda la mia vita. Se non ci fosse stato buddismo, ma il rapporto con dio l'ho scoperto all 'interno di AA. All 'inizio lo identificavo negli amici del gruppo, ma a un certo punto ho sentito l'aspirazione a qualcosa di più grande. Non mi interessa conoscere chi sia o come si chiami. L'importante è sapere che non sono sola, sentirmi finalmente amata con quell 'amore che io ho sempre disperatamente cercato in posti e persone sbagliate.
A questo dio che mi ama chiedo di eliminare quei difetti di carattere di cui parla il sesto passo. Questo non significa stravolgere la mia natura o pensare di diventare una persona perfetta. Non lo voglio io e non lo vuole neanche lui. Ma sono certa che dio, poiché mi vuole bene, mi aiuta ad abbandonare tutto ciò che ha reso la mia vita impossibile e che potrebbe farmi riavvicinare alla bottiglia. Certo, il lavoro fisico lo devo fare io. Ma è l 'amore del potere superiore ad eliminare quei difetti. Nel senso che mi dà l'umiltà, il coraggio e la forza per toglierli di mezzo. Da sola non ce la potrei fare. Neanche con la psicoterapia e neppure con l'aiuto del gruppo che comunque mi è sempre vicino.
Tutto questo l 'ho capito quando ho sostituito la paura con l 'amore. E questa consapevolezza mi fa dire che non sono un'alcolista, ma un'alcolista in recupero. C'è una bella differenza. Penso che, a un certo punto del percorso in AA, si debba fuggire dalla tentazione di continuare a piangersi addosso, come se avessimo chissà quale colpa da espiare. Questo programma non solo ci salva la vita, ma è fatto soprattutto per riconciliarci con la vi ta.



Umberto sobrio da sei anni

Ero sul camion quando mi è arrivata la telefonata: «Umbe' ci dobbiamo riprendere la dignità che abbiamo perso». Guidavo in mezzo al traffico della Casilina puntando il bar, il primo di quelli dove ogni sera mi fermavo andando verso casa. Oltretutto quel giorno ero stato particolarmente bravo: avevo bevuto solo una birra a pranzo e pensavo che, prima di cena, un goccetto me lo sarei meritato.
Invece le parole di quell 'amico di AA che conoscevo da appena un giorno mi hanno attraversato da parte a parte come una coltellata. Ho visto l'insegna luminosa del locale che conoscevo bene e ho tirato dritto. Ho continuato così per tutti quei ventisei chilometri che fino ad allora avevo sempre fatto in quattr'ore, fermandomi sistematicamente ad ogni bar aperto.
È stata dura smettere di bere. Mi sono spaccato la schiena per ritrovare quella dignità che avevo lasciato che mi venisse tolta. E adesso sono sei anni che me la riprendo. Un giorno dopo l ' altro.
Gli ultimi anni da alcolista attivo sono stati devastanti. Arrivavo a casa completamente ubriaco e crollavo sul divano. Non esistevano né moglie, né figli. Niente. Lavoravo come un animale per portare lo stipendio a casa, ma per il resto non esistevo. Sono scappato dal quartiere sul Grande raccordo anulare dove abitavo perché mi vergognavo di quello che ero diventato. Pensavo che in provincia sarebbe stato diverso, ma il paese è piccolo e il mondo che avevo lasciato ha continuato a seguirmi.
Non si può pensare di fuggire da se stessi. Qui lo sanno tutti quello che ero. Ma sanno anche quello che sono adesso. Perché il cambiamento si vede. E soprattutto lo sento io.
Riuscire a stare in mezzo alla gente senza dover abbassare gli occhi, uscire la domenica mattina per accompagnare mio figlio a giocare a calcio e sentire dire «ma allora quel ragazzino ce l'ha un papà», tirare fuori dalla soffitta il fagotto e pensare che un giorno potrò riprendere a suonare in un'orchestra, sono gioie che non si possono descrivere. Piccole cose che fanno però una vita, quella vita della quale mi sono riappropriato.
Una volta la mia normalità era bere, adesso è sedermi al tavolino con mia moglie, fare kickboxing insieme a mio figlio, svegliarmi riposato e lavarmi i denti senza poi vomitare, iniziare la giornata con un sorriso. Il filo spinato che mi sono fatto tatuare sul braccio rappresenta proprio questo. È un bracciale aperto che segna l'inizio e la fine di un periodo di merda.
AA mi ha insegnato non solo a vivere senza l'alcol, ma mi ha fatto conoscere soprattutto la gioia di vivere. E questo cerco di comunicarlo a chi è ancora schiavo della sostanza. Non perché sono diventato buono e generoso o senta il dovere di restituire quello che mi è stato dato. No. Lo faccio perché finalmente ho capito, e me lo ripeto tutti i giorni facendo esperienza dei dodici passi, che non vivo solamente per me stesso Vivere significa dare anche solo un'unghia di speranza a chi è nella disperazione, tendere la mano a chi ti chiede aiuto, dimostrare che la vita non è sempre una sconfitta. Questo è vivere.



Marina sobria da dieci anni

Senza dire una parola, quel giorno mia figlia mi si è buttata al collo e si è messa a piangere. Che avrebbe fatto la Marina di una volta in quella situazione? Le avrebbe riversato addosso tutte le sue ansie: «ma che è successo?», «cosa ti hanno fatto?». Invece no. L'ho semplicemente abbracciata, senza chiedere niente. Accogliendo il suo dolore. In quel momento ho sentito che mi ero riappropriata del mio ruolo di madre: «l 'ho partorita io; sono io che mi prendo cura dei miei figli e non il contrario».
Riprendere il mano la mia vita, assaporare quanto possa essere bella e quanto valga la pena di viverla è stato il dono più grande che ho ricevuto da AA. Quando sono arrivata nel gruppo la mia scelta è stata tra la vita e la morte. E ho scelto di morire, ovvero che la Marina di una volta morisse per far rinascere una Marina nuova. Quella vera.
Il programma di AA è simile a un percorso sciamanico: dalla morte alla vita. Chiunque mi aveva conosciuto prima pensava che fossi una donna dinamica e spavalda, che non aveva paura di nulla. Ero completamente presa dall 'azienda di famiglia. Gli sport più erano estremi più mi attraevano. Ma dietro quella maschera c'era una donna fragile, impaurita. Sola nell 'universo.
Ho cercato di placare nella religione la mia ansia cercando qualcosa che desse un senso all'esistenza.Ma anche in questo caso, mi lasciavo prendere solo dal fare: la chiesa, il catechismo per i ragazzini, l'assistenza ai poveri. E non riuscivo ad andar oltre, a smontare quella sovrastruttura intellettuale che avevo costruito in tanti anni di studi e che mi faceva sentire fica, ma nello stesso tempo mi rendeva incapace di vivere le mie emozioni.
AA e soprattutto l'abbandono fiducioso che ho avuto nel gruppo mi hanno dato la spinta a riprogrammare la mia vita. Un lavoro duro, faticoso, ma straordinario.
Il bello del progetto di recupero è che mi sta mettendo continuamente in contatto con le mie responsabilità, a non considerarle solamente un peso. Non ho più voglia solo di scappare, di annientarmi davanti alla sofferenza. Aveva proprio ragione Lucio Dalla quando cantava «l 'impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale» .
Per il mio decimo compleanno di sobrietà ho voluto condividere con il gruppo le dodici promesse di AA. E la prima dice: conoscerai una nuova libertà e una nuova felicità. Mi sono fidata di questa promessa e sono stata ripagata. È fantastico scoprire che si può non aver paura delle parole e vivere ciò che esprimono. Nella semplicità di tutti i giorni.
È questa l'esperienza che l'ultimo passo del nostro percorso ci chiama a sperimentare continuamente e a condividere con gli altri, soprattutto con chi è ancora schiavo dell 'alcol. È il paradosso di un cammino spirituale sincero. Ho faticato tanto e adesso non me ne sto seduta in poltrona a godermi il risultato. La mia ricompensa sta nel rimboccarmi le maniche e cominciare a trasmettere il messaggio di AA. Per il bene mio e delle persone che dio mette sulla mia strada.



Antonella sobria da dieci anni

Il primo messaggio d'auguri per i miei dieci anni di sobrietà l 'ho ricevuto stamattina con un sms. Me l'ha mandato un ragazzo che ho seguito per tanto tempo. Non riusciva a smettere di bere. L'alcol era più forte di lui. Come è successo con tanti altri incontrati in AA gli ho sempre tenuto la mano, e, quando ne ha avuto bisogno, l'ho pure ospitato a casa mia.
Stamattina, leggendo quegli auguri ho senti ¬to che arrivavano veramente dal cuore. Perché quando incontri una persona che non ti abbando¬na, che non ti fa sentire solo, che ti fa vedere che la felicità esiste, allora riesci a trovare la forza per ribellarti alla schiavitù dell 'alcol. E cominciare a vivere veramente.
La trasmissione di questa speranza, che noi chiamiamo messaggio, è la ragione d'essere di AA. Soprattutto all 'inizio del mio cammino nell 'associazione io l 'ho vissuta come una missio¬ne personale: aiutare gli altri mi permetteva di aiutare me stessa. Ma col tempo ho capito che non è così. Non è Antonella che salva. È il gruppo, la condivisione di uno stesso dolore, la capacità di sostenerci reciprocamente, che rendono credibile ed efficace il percorso di recu¬pero. E questo vale per chi si affaccia per la prima volta alla porta di AA, ma anche di chi, come me, c'è dentro da tanti anni. Perché il messaggio è per l'alcolista che soffre. Non è solo per chi si attacca ancora alla bottiglia. È anche per me, che ho smesso da tanto, ma che so che un giorno potrei non essere capace di affrontare una difficoltà o un dol ore.
Singolarmente le persone possono deluderti. Ma il gruppo no, almeno fino quando continua a saper alimentare l'unità e l'armonia. A coltivare quella dimensione spirituale che ti fa accogliere, condividere e consolare la sofferenza tua e delle persone che hai intorno.
Il gruppo non è un'isola felice. Come dappertutto possono esserci momenti di tensione e di stanchezza. È come un mucchietto di sassi raccolti sulla spiaggia. C'è quello più spigoloso e quello che le onde hanno levigato. Ma tutti insie¬me hanno la loro armonia e possono servire per reggere le fondamenta di una nuova casa.
Sono sempre stata una persona malinconica. Da bambina mi dicevano che non sorridevo mai. Avevo alle spalle una famiglia benestante, dei ge¬nitori che hanno continuato a viziarmi anche quando avevo messo sù una famiglia mia. Ma non ero contenta.
Mi piace ancora collezionare bambole e quadri di Marilyn Monroe, ma quello che cerco non è più un mondo di favole. Vivo la mia vita per quello che è: con serenità e responsabilità.
Ho imparato a sorridere, ma anche a piangere. E quello che AA mi ha regalato, la pos¬sibilità di vivere da persona normale, non mi stancherò mai di farlo conoscere. Io insieme al mio gruppo.



Mimmo sobrio da venticinque anni

Avevano certe facce da osteria che ti mettevano paura, ma se non fosse stato per loro io oggi non sarei qui. Se venticinque anni fa non avessi creduto in quei dieci ubriaconi, mai e poi mai avrei ripreso in mano la mia vita.
AA l'ho conosciuta così, guardando quei volti segnati dall 'alcol. Erano persone come me che avevano rischiato di essere cacciati di casa, dal lavoro, dagli amici, ma che in quel momento mi stavano indicando la strada per smettere di bere. Mi stavano dando la chiave che avrebbe cambiato la mia vita.
La forza dei gruppi di Alcolisti Anonimi è proprio questa: persone ridotte a scarti che diventano persone utili. E lo fanno nel momento in cui trasmettono il messaggio di speranza di AA a un altro alcolista. A volte basta anche un gesto di amicizia, una parola detta al momento giusto, o più semplicemente una porta aperta dove entrare senza aver paura di essere giudicati.
D'altra parte la nostra associazione è nata proprio dall 'incontro tra due alcolisti. Bill era un agente di borsa e si trovava a Akron, nell 'Ohio, per concludere un affare, ma le cose non stavano andando come avrebbe voluto. Era a un bivio: il bancone del bar, dove affogare la rabbia e la delusione, o una cabina del telefono. Scelse la seconda e fu così che per circostanze casuali o, forse provvidenziali, conobbe Bob, un medico anch'egli alcolizzato. Da quell 'incontro e dalle loro lunghe chiacchierate nacque la consa¬pevolezza che la sobrietà dipende non solo da un percorso spirituale individuale ma anche e soprattutto dalla condivisione di quel percorso.
Era il 1 935. Da allora l 'associazione ha fatto parecchia strada. Oggi ci sono gruppi in ogni parte del mondo a dimostrazione che la metodologia dell 'autoaiuto funziona.
I dodici passi di AA segnano il cammino attraverso il quale l'alcolista che è ancora nel problema, che beve, può uscire dalla caverna del suo isolamento. A me ha permesso di riprendermi la vita, la famiglia, il lavoro, la credibilità, l'autostima.
Ma il rischio di riprecipitare nel buio c'è sempre. E non solo per me, come individuo, ma anche per i nostri gruppi. Ecco perché insieme ai dodici passi i nostri fondatori ci hanno tramandato anche delle tradizioni, che definiscono in una certa maniera la coscienza collettiva di Alcolisti Anonimi.
È come passare dall 'io al noi. Questo significa aprirsi, imparare a uscire dal guscio, impedire che ci si inaridisca come gruppo aggrappandosi alla sicurezza di una nuova caverna fatta di autoreferenzialità.
È per questo che stiamo cercando di acquisire una cultura diversa. Vogliamo scrollarci di dosso quell 'immagine dell 'alcolista lacrimoso o paralizzato dalle sue insicurezze. Vogliamo essere artefici di un progetto spirituale e allo stesso tempo concreto. Proprio per questo, applicando la quinta tradizione, alcuni gruppi hanno cominciato ad organizzarsi per rendersi responsabili del territorio dove si trovano. Non è una cosa da poco: c'è un luogo e noi, come gruppo, ne siamo responsabili.



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